• Roberto Iacopini

ALEXANDERPLATZ JAZZ CLUB 1. LE IDEE CAMMINANO SULLE GAMBE DEGLI UOMINI

Aggiornamento: 15 dic 2020


Non mi piace il jazz. Ma solo perché non lo capisco. Non ho mai capito neanche in quale misura piacesse a Giampiero Rubei prima che creasse l’Alexanderplatz. So che quando glielo chiesi mi rispose semplicemente: "Perché no!?". E diede vita un jazz club che sarebbe divenuto uno dei migliori della Capitale, mostrando di comprendere e apprezzare questa musica in tutte le sue sfumature e declinazioni.

Alexanderplatz: la musica americana per eccellenza, celata dietro a un nome che evocava Berlino e le atmosfere decadenti del cabaret, prima che arrivassero i nazisti a chiudere i cabaret e i comunisti a farne la piazza simbolo di Berlino Est.

Forse un nome scelto proprio per l’insieme di questi motivi. O forse solo per la canzone di Battiato cantata da Milva. Comunque sia, un nome evocativo e fortunato.

Perché proprio un jazz club?

"Sì, ma perché proprio il jazz che è afro-americano?", dicevano i custodi dell’ortodossia. "E allora? Romano Mussolini non è jazzista?". E la discussione finiva lì.

La verità è che Giampiero aveva capito che il jazz è la colonna sonora del secolo breve e della modernità. E sapeva quanto il piccolo mondo di cui faceva parte avesse bisogno di guardare avanti e di avventurarsi in territori più vasti e inesplorati.

Non era stato così anche con i Campi Hobbit? Non c’era bisogno di aver letto Il signore degli anelli, per capire che era arrivato il momento di fare pratica con la metapolitica. C’era solo da organizzare e mettere insieme le molteplici esperienze che già correvano nell’ambiente giovanile della destra. E Giampiero, insieme ad un pugno di amici, lo fece.

Era un sognatore e un pragmatico: pronto ad assumersi qualche rischio per realizzare un’idea se ne valeva la pena.

Perché essere bravi, se si può essere i più bravi

Si vabbè, ma perché aprire il locale in un quadrante di Roma dove l’offerta di musica, soprattutto di musica jazz era già notevole?

Qui la risposta che ti dava era consapevole e colma di praticità.

"Ma proprio per questo. La gente viene nel quartiere Prati per locali, li trova affollati e allora arriva all’Alexanderplatz, entra e trova gradevole sia l’ambiente che la musica. Poi ci torna ma senza più passare prima dalla concorrenza, perché noi siamo più bravi".

Quando cominciò a cercare gli arredi del locale mi chiese se conoscevo qualcuno che da cui poter acquistare sedie e tavoli ad un buon prezzo. Gli dissi che mia madre lavorava in un negozio di arredamento e conosceva qualche fabbricante al quale avrebbe potuto strappare un po’ di sconto. Giampiero scelse da un catalogo delle sedie tonneau che presentavano il vantaggio di essere tanto economiche quanto evocative e dopo una veloce trattativa, le acquistò insieme ad una decina di tavoli. L’Alexanderplatz era nato.


Nella foto in alto, da destra: Federico Mollicone, Pier Luigi Manieri, Giampiero Rubei, Emanuele Merlino.

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