• Pier Luigi Manieri

DOPPIO ADINOLFI SU ANTARES. SAGGISTICA E NARRATIVA NEL SEGNO DEL GIAPPONE

Carlomanno Adinolfi ha un nome impegnativo. Con un nome così ti sono precluse tutta una lunga serie d’impieghi. Non puoi per esempio, ambire ad una guardiania. O al sempre risolutivo impiego al catasto. Con un nome del genere devi essere uno dal pensiero tanto lucido quanto robusto. Una penna abile, affilata e bilanciata come un bisturi. Non ne condivido sempre i teoremi ma ne apprezzo invariabilmente l’afflato. Quell’onestà di parte che combinata con l’esigenza di essere costantemente sul pezzo, costituisce un patrimonio ragguardevole di notizie e approfondimenti. In ultima analisi, Carlomanno Adinolfi merita, nel dubbio, una letta. Foss’anche per il solo fatto che il pensiero libero è merce rarissima. Scrittore, redattore di punta del Primato Nazionale, esperto di nerditudini assortite, ha consegnato alla stampa digitale un interessante studio monografico incentrato sulla figura di Mamoru Hosoda…


Nel nuovo numero di Antares, figuri con un approfondito ritratto di Hosoda, incentrandolo su famiglia e identità, sono questi gli stilemi che maggiormente ne definiscono la narrativa?

Credo che siano senz’altro i cardini su cui ruota la narrativa di Hosoda. Lui stesso quando presentò Mirai disse che dopo essersi occupato del rapporto madre/figli (Wolf Children) e poi quello padre/figlio (The Boy and the Beast, anche se il rapporto tra i due personaggi evolve in altro modo) avrebbe toccato il rapporto fratello/sorella. Il tema familiare è dunque importantissimo e soprattutto in Summer Wars e Mirai, dove tra l’altro viene anche presentato il legame con gli antenati e i discendenti, è palese. Quanto all’identità, beh parliamo pur sempre del Giappone dove questo concetto non solo non è un tabù come da noi, ma è anzi così naturale da essere onnipresente senza che ci sia bisogno di rimarcarlo o farlo presente. In Hosoda è talmente centrale da diventare praticamente il senso stesso dei suoi film. In The Boy and the Beast è proprio la presa di coscienza della propria identità da parte di Ren/Kyuta, contrapposta alla sua assenza nell’antagonista Ichirohiko, a segnare il senso della battaglia finale. E in Mirai solo la consapevolezza della propria identità che fonda le sue radici (non a caso il simbolismo dell’albero di famiglia) nella storia degli antenati salva il piccolo Kun dalla terra dell’oblio e della desolazione.


La capacità narrativa del mangaka giapponese risiede tra le altre cose, nel bilanciare la contaminazione. Prendere perciò dal mondo e metabolizzare in una formula che sia assolutamente identitaria. È un tratto distintivo di chi è consapevole di ciò che è?

Assolutamente. Solo chi ha consapevolezza e ferrea identità può confrontarsi con altri e assimilare e sintetizzare senza perdersi. L’esatto contrario di quello che provano a inculcarci, ovvero confronto e ”integrazione” azzerandoci per eliminare ogni diversità che può “offendere” l’altro e trovare così solo punti in comune. Ma così l’unico punto in comune che puoi trovare è il deserto. Il Giappone mi ha sempre affascinato per come è riuscito ad adattarsi al mondo globalizzato mantenendo le sue tradizioni e la propria identità. Se ne parla spesso di questa caratteristica intrinseca nel popolo giapponese ma finché non la si vive in prima persona non si può comprendere fino in fondo. Vedere città come Kyoto ma anche la modernissima Tokyo, o posti come Takayama, Kanazawa, Himeji mi ha segnato in modo indelebile. Tanto che quando sono salito sull’aereo di ritorno ho sentito da subito una fortissima nostalgia che perdura tuttora a 8 anni da quel viaggio. Ma sbaglia chi pensa che questa capacità di adattarsi al tempo senza perdere il proprio spirito sia una caratteristica solo giapponese. È qualcosa che fa parte anche del nostro patrimonio: è esattamente quello che ha fatto Roma per 1200 anni. Basterebbe “risvegliare” questa capacità sopita.


Un fil rouge che collega i mangaka e registi di anime anche di generazioni differenti è la mitopoiesi. Se penso a Go Nakai, Tomino, Matsumoto, Yoshida, Miyazaki e appunto, Kishimoto, Tonyama fino allo stesso Hosoda, balza agli occhi come la percezione della realtà come mito, travalichi la narrazione per divenire riscrittura del reale su una base trascendente, cosa ne pensi?

Penso che questa sia un’altra delle caratteristiche innate del popolo giapponese. E sicuramente nella tradizione shintoista, che ha influenzato anche il buddismo nipponico, ne va ricercata la genesi. Nel politeismo giapponese tutto è pervaso dal divino, ogni aspetto ha un suo kami. Mi hanno spiegato che quando vediamo un giocatore giapponese inchinarsi quando entra o esce, non sta salutando i giocatori ma sta omaggiando i kami del campo. E questa percezione della realtà che non è solo materia ma è armonia col divino la ritroviamo, ovviamente, anche nella narrativa. Poi c’è chi va oltre, come gli autori che hai citato, che ci insegnano come il mito non sia qualcosa di lontano nel passato codificato in forme di secoli fa ma anzi è, proprio in quanto mito, eterno e sempre presente proprio come Forza che crea la realtà. E che può esistere anche in forme narrative contemporanee o d’avanguardia, rinnovandosi costantemente. Questo sarà un tema centrale in una prossima pubblicazione che ho curato con Riccardo Rosati e che uscirà, spero entro il 2021, con Profondo Rosso.


Lo stile giapponese, dal segno grafico fino a molte delle invenzioni, si pensi per esempio alle coreografiche trasformazioni dei buoni, ha influenzato gran parte delle scuole del pianeta. Gli italiani Jonathan Steele e le Winks, i francesi Ladybug e Chat Noir, Avatar, gli stessi supereroi Marvel anni novanta. In cosa rintracci la causa di questa diffusione?

Credo soprattutto nella grandissima diffusione dei manga in Occidente, soprattutto negli anni ’90 e ‘00. Per rendersene conto basta entrare in una classica fumetteria italiana: più della metà del negozio sarà occupata dai manga, poi dai comics USA e infine solo una piccola parte di fumetto europeo. E solo nell’ultimo decennio, grazie alla trilogia di Nolan e ai cinecomics Marvel, la parte americana ha preso maggiore spazio, ma non certo ai danni dei manga che restano tuttora i prodotti più venduti e letti, soprattutto dai preadolescenti e dai giovanissimi. Ed è normale che chi sia cresciuto a suon di cartoni animati in televisione e manga in qualche modo ne venga influenzato quando si ritrova “dall’altra parte della matita”. Poi se vogliamo analizzare il fenomeno è interessante come il Giappone prima abbia preso a piene mani dall’Occidente, abbia trovato una sintesi puramente nipponica al tutto senza mai perdersi e poi proprio grazie a questa capacità e forza abbia potuto influenzare “di ritorno” l’Occidente stesso in crisi di identità. Se ci pensiamo era successo anche con il cinema, quando grazie a Kurosawa il western si è rinnovato e ha trovato nuova linfa dopo un periodo di decadenza narrativa.

Dal Giappone agli USA: Disney, Netflix e in parte, DC, hanno avviato un processo di riscrittura su canoni “corretti” del loro patrimonio mitologico pop? E perché?

La DC ha sempre “riscritto” i suoi personaggi. Il Batman di Neal Adams non è quello della golden age tutto sorrisi battute, che a sua volta non è quello dei primissimi numeri “pulp” del 1939. E quello di adesso non è quello di Frank Miller. Ed è così per tutti gli altri personaggi, da Superman a Wonder Woman, da Flash a Lanterna Verde. Infatti sono sempre critico quando leggo o sento chi dice di un cinecomic “ma questo non è il Batman/Superman/Aquaman del fumetto”, perché in realtà quel personaggio è stato molte cose diverse. La cosa veramente deprimente e a tratti pericolosa è però quando si cerca di “svuotare” o snaturare un personaggio per correre dietro alla moda politica del momento. E adesso la moda politica USA è la cancel culture e l’odio fanatico dem che cerca di sterminare l’avversario politico. I disclaimer di HBO prima di Via col Vento o di Disney+ prima di Dumbo o Peter Pan hanno un che di demenziale. Ma ben più pericolosi sono altri atteggiamenti. Quello che è accaduto in questi giorni a Gina Carano, licenziata dalla Disney per aver fatto tweet pro-repubblicani, è agghiacciante. Il fatto che sia stata accusata di transfobia o discorsi d’odio per essersi rifiutata di mettere nella sua bio i pronomi gender neutri come i suoi colleghi è roba da processo di Salem. Ovviamente a parti invertite si può augurare la morte di un esponente politico o lo sterminio di una intera categoria senza correre alcun pericolo, perché l’hate speech è solo quello che viene da una certa parte. Tutto questo è intrinseco a una mentalità americana fortemente pervasa da messianismo e fanatismo puritano, eppure stiamo avendo echi pericolosi di questo fanatismo anche nella civile Europa.


Sei stato bloccato due volte da facebook. Con quali capi d’imputazione?

La prima volta per i post di Casa Pound che era stata illegalmente riconosciuta come organizzazione che diffonde l'odio (la sentenza che condanna facebook su questa cosa parla chiaro). La seconda per un post che celebrava quel cattivone di D'Annunzio.


Addirittura celebrativo del vate? Beh allora te la sei cercata! Restando nei nostri confini, il fumetto italiano ha in Zero Calcare e Recchioni i suoi rappresentanti più celebrati... Come se la passa?

Se prima il nostro fumetto veniva snobbato dai salotti e dalla cultura di regime, ora corre un pericolo molto più grande: ovvero quello di esserci entrato, in quei salotti. E si rischia così che il fumetto italiano, finora intriso di libertà, vitalismo e scanzonatezza ribelle, finisca per fare il ribelle da salotto, diventando prosopopea che si vorrebbe impegnata ma che riesce solo a stufare. Zerocalcare è prima di tutto un militante politico e il suo essere fumettista è subordinato al suo essere militante. Ed essendo senza ombra di dubbio il più bravo di quell’area politica nel campo del fumetto viene spinto e celebrato fino a essere definito “l’ultimo intellettuale” sulla copertina de L’Espresso. E non è una critica, anzi, dimostra la capacità di una certa area di saper fare cultura e diffondere le proprie idee con i giusti mezzi, occupando gli spazi che si offrono. A destra questa capacità manca del tutto. Non manca la capacità artistica, anzi. Ma manca del tutto la capacità strategica e strutturale di saper valorizzare i propri artisti, farli crescere, saperli proteggere, spingere e diffondere. E con questa inettitudine nel riconquistare spazi e soprattutto con questo complesso innato che pervade la destra istituzionale quando c’è da affermarsi, molto meglio fare da sé.


Non hai risposto su Recchioni, dirò la mia, prima. In estrema sintesi, penso che abbia impoverito Dylan Dog in modo semi irreversibile fiaccandolo a colpi letali di retorico buonismo impietosamente profuso. Fino a farne un noioso moralista, un bacchettone la cui cifra si è progressivamente deprimentemente appiattita su un sentimentalismo monodimensionale. Del resto i prodomi si intuivano nella frase di tale Dustin Dark “in ogni mostro si nasconde un bambino bisognoso d’affetto”. A voler essere clementi, uno Sclavi in chiave minore. Con troppo ego e scarsa poetica. E ora, il tuo pensiero su Recchioni?

Quando scriveva in coppia con Bartoli, come in Detective Dante e John Doe, mi piaceva molto.


Laconico. Si direbbe che quella su Recchioni me la eludi di proposito…

Era già perfetta la domanda… (ride. Ndr)

Tornando ad Antares, nello stesso volume è presente il racconto I cieli di Spagna. Un testo "fanfic" molto bello e di cui si apprezza il rispetto con cui ti sei avvicinato ai personaggi. Siamo in Spagna, durante la guerra civile, Phantom Harlock II , antenato del pirata dello spazio e asso dell'aviazione tedesca ingaggia un duello aereo con Porco Rosso, l’asso italiano del volo creato da Miyazaki e ispirato dal leggendario Barone Rosso. Un team up suggestivo in cui le visioni e le due iconiche creature di Matsumoto e Miyazaki entrano in contatto. Anche qui, narrazione, mito, epica s'intrecciano nella rappresentazione dei cavalieri dell'aria.

Sì è stata una bella idea di Enrico Petrucci, curatore del numero di Antares: e se Phantom Harlock II e Marco Pagot si fossero incontrati durante la guerra civile spagnola? Ovviamente sarebbero stati in fronti opposti, ma è impossibile che non si sarebbero ammirati, rispettati e che forse non avrebbero rimpianto il fatto di non poter essere amici e alleati. In questo l’ambientazione “aerea” ha aiutato, perché è noto come – almeno durante il primo conflitto mondiale – i duelli aerei dell’epoca siano stati l’ultimo retaggio della cavalleria militare. È pieno di memorie e racconti di aviatori che raccontano dei saluti all’avversario prima e dopo il duello, così come di brindisi fatti tra i duellanti a fine scontro, anche qualora uno dei due fosse prigioniero dell’altro. E poi mi è piaciuto pensare a un confronto tra due tipi di rettitudine, quella ferrea e algida di un Harlock e quella guascona e tipicamente “italica” ma non meno incrollabile di un Marco.


Il volume di Antares è leggibile unicamente in formato elettronico, come si recupera?

Per ora esiste solo in questo formato, il pdf è scaricabile iscrivendosi al sito di Bietti (qui sotto. Ndr). In futuro spero possa essere pubblicato anche in cartaceo.

http://www.bietti.it/riviste/gli-ultimi-samurai-anime-e-manga-fiabe-dallera-atomica/




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