• Roberto Iacopini

SOCIAL MEDIA: I LIBERTARI DI IERI, SONO I CENSORI DI OGGI


Chissà se anche negli Stati uniti è noto l’adagio secondo il quale, "si nasce incendiari, si finisce pompieri"?. E’ ciò che è accaduto ai guru delle rete, il luogo dove tutto era possibile, oggi è il luogo in cui i nuovi monopolisti possono decidere cosa è giusto ospitare sui loro social e cosa no. Ieri libertari, oggi censori.


Non sono più parte del web, sono i padroni del web. Il perimetro del discorso violento sui social media dovrebbe essere fissato dallo Stato e da questo eventualmente perseguito, mentre Twitter, Facebook, Apple e Google si elevano al rango di chi intende amministrare giustizia. Il web inteso come “Cosa nostra”.


Non si limitano solo a censurare i singoli, ma anche le piattaforme concorrenti, se non si prestano ai loro diktat. Si liberano di Trump a qualche giorno dal trasloco dalla Casa Bianca, poi impediscono ad altri social media di ospitarlo insieme ai suoi fans. Si comportano come se fossero i proprietari del web.


Verrebbe da dire: se vale la pena bandirlo adesso, forse valeva la pena bandirlo molti mesi fa. La decisione di espellere Trump adesso è puramente arbitraria ed è un’esibizione di potere, piuttosto che una posizione di principio. Forti con i deboli - o quando non sei più presidente -, ma deboli con i forti, come la Cina, ad esempio.

LA CANCELLAZIONE DI PARLER COME ALTERNATIVA POSSIBILE

Google e Apple hanno cancellato Parler, con la scusa che manca di un "piano di moderazione". Amazon, ha anche sospeso Parler dai suoi servizi di web hosting, citando "pratiche inadeguate di moderazione dei contenuti". Ma, ovviamente, se ne sono accorti solo dopo che ci si era trasferito Trump.


Durante l’estate, molte proteste di Black Lives Matter sono state organizzate sui social media - quelli che garantiscono la moderazione dei contenuti - e molte di queste proteste sono diventate violente, interessando 140 città, causando danni per oltre 2 miliardi di dollari e una ventina di vittime.


Qualcuno ha intrapreso un’indagine sui legami tra quelle rivolte e i social media?

Quando si trattava dei loro comportamenti, queste aziende hanno sempre negato l’esistenza di rapporto di causa/effetto tra i contenuti veicolati nel web e i danni prodotti nel mondo reale. Ma ora quel rapporto serve ad inchiodare Parler.


Dopo la messa la bando di Parler, il CEO di Twitter Jack Dorsey, ha espresso un’emoji del cuore quando questa app è stata cancellata nell’elenco di applicazioni nella vetrina di Apple. La conferma di essere nella cosca mafiosa vincente, quella che per crescere ha bisogno di stroncare sul nascere ogni possibile rivale.

LA CENSURA POLITICA PER MANTENERE LO STATUS QUO

Nell'ottobre scorso, Twitter ha vietato l'account del New York Post per aver riportato una storia sul laptop del figlio di Biden. Nonostante i suoi discorsi sulla sicurezza, la comunità e l’apologia del “politicamente corretto”, dovrebbe essere evidente a tutti che Twitter agisce a favore di un solo interesse: il proprio.


Twitter non è dunque nuovo ad operare censure. Ha messo la sordina ad ogni informazione politica che riteneva contraria al proprio interesse. E si tratta di censure che equivalgono a cambiali in bianco che la nuova amministrazione dovrà onorare, per cui è difficile attendersi un limite allo strapotere delle Big Tech.


Ne siano consapevoli tutti coloro che applaudono agli interventi discriminanti o censori. I Big Tech non vogliono solo sconfiggere ogni oppositore, ma anche zittirlo, instaurando il loro personale Minver - il ministero della Verità - e trasformando i social in luoghi dove la parola libertà è da interpretare a seconda di chi la evoca.


Lo spot storico che nel 1984 mostrava il "rivoluzionario" gesto di una persona che scagliava un martello per infrangere uno schermo e liberare così un'umanità massificata, torna quanto mai di attualità e ci impone di organizzarci per opporci ancora al Grande Fratello.

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