• Roberto Iacopini

"I PREDATORI": CETO BORGHESE COME SEI CADUTO IN BASSO

L'opera prima di Pietro Castellitto, autore anche della sceneggiatura, è una visione inusuale della società italiana. Un film grottesco che mescola Nietzsche al rock identitario.


Due sequenze contrapposte danno la cifra de “I predatori”: la festa di compleanno della famiglia Pavoni, i cui componenti appartengono al ceto intellettuale alto borghese e quella dei Vismara, famiglia popolare, fascista e border line.

Alla sua prima prova registica Pietro Castellitto, figlio d’arte di Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini, rappresenta, con qualche stereotipo di troppo, stili di vita contrapposti ma quasi sovrapponibili nel difficile rapporto con la quotidianità.

Due universi paralleli che convivono nella Roma odierna, in cui l’ideologia che dovrebbe caratterizzarli è solamente un fondale. Fascisti si, ma post moderni, come i brani di rock identitario che vengono utilizzati nella colonna sonora.

Ispirandosi a Nietzsche, il regista guarda con simpatia all'ansia vitalistica della famiglia dei "neri"; mentre rende "grigia" quella di estrazione borghese che conosce meglio

Non si tratta però di una riedizione della lotta di classe e la sensazione è che Pietro Castellitto guardi con maggiore simpatia ai “neri”, dei quali fa risaltare il vitalismo popolano, rispetto ai “grigi” borghesi, dei quali forse conosce meglio i vizi e i vezzi.

A fare da trait d’union a questi due mondi destinati a sfiorarsi, Pietro Castellitto presta volto e tic ad un fanatico di Nietzsche. Come quest’ultimo un individualista, fustigatore delle mistificazioni che soffocano la natura dionisiaca dell’uomo.

Nella famiglia benestante, la critica dei figli ai genitori ex sessantottini, è la grottesca ripetizione di chi intende “scandalizzare i borghesi”, salvo poi rassegnarsi a diventare come loro. Insomma, l’eterno ritorno dell’uguale, per rimanere a Nietzsche.

La storia ha una buona sceneggiatura circolare, ma procede per sketch e ambienti topici: cliniche, salotti, ville in Toscana da una parte; ospedali, tinelli kitch e un improbabile poligono di tiro, dall’altra.

Grottesco e surreale come certi film di Marco Ferreri, la pellicola è un istantanea acida dell'Italia odierna in cui buoni e cattivi si confondono e possono scambiarsi di ruolo

Condito di humor nero, con tracce di cinema surreale alla Marco Ferreri, la pellicola, ad un certo punto presenta la dedica “a mio nonno”. Presumiamo che si tratti di Carlo Mazzantini, papà di Margaret, l’autore di “A cercar la bella morte”.

Un romanzo in cui rievocava senza retorica la sua giovanile adesione alla Repubblica sociale italiana e la partecipazione ad una guerra civile, nella quale il confine tra canaglie e brave persone non era, sul momento, così evidente.

Istantanea acida del presente, il film di Castellitto non da risposte ma pone domande. L’invito è quello di evitare frettolose conclusioni: nella società odierna non ci sono buoni e cattivi e i predatori di oggi - i borghesi? - possono diventare prede domani.

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