• Roberto Iacopini

IL CATTIVO POETA E' UN ESTETA CONTROVERSO E IRRIPETIBILE


Abbiamo pubblicato la recensione della sorprendente opera prima di Castellitto jr. prima che le sale cinematografiche venissero chiuse e alla riapertura ci ritroviamo con un altrettanto sorprendente film interpretato dal padre Sergio.

Parliamo de Il cattivo poeta, una pellicola inusuale per il cinema italiano poiché dedicata agli ultimi anni di vita di Gabriele D’Annunzio, un genio controverso e discusso per il suo essere stato sempre considerato un antesignano del fascismo.

Un D’Annunzio crepuscolare. Esacerbato nel suo splendido isolamento. Monumento di sé stesso. Autorecluso nella sua magione immaginifica. Alle prese con un Mussolini e un partito fascista che lo controllano perché ancora lo temono.

Il cattivo poeta è un film revisionista perché teso a restituire spessore umano quello che per troppi e troppo tempo è stato considerato alla stregua di un “cattivo maestro”, uno dei maggiori precursori del fascismo inteso come élan vital.

D'Annunzio e l'opposizione all'alleanza con i nazisti

Nello scenario del Vittoriale che da solo basta ad appagare gli occhi, il giovane Federale di Brescia, Giovanni Comino, viene inviato a controllare D’Annunzio, che è circondato da fedelissime/i, opportunisti e spie, forse anche tedesche.

Testimone basito dell’intemperanze sessuali del Vate che ormai indugia anche ad altri vizi e di quelle verbali nei confronti di Mussolini, il giovane federale entra nelle sue grazie e ne diventa una sorta di confessore.

Al centro dei suoi strali, puntualmente riferiti a Roma c’è soprattutto il Führer, al quale Mussolini appare subordinarsi. Così che D’Annunzio possa descriversi come solitario veggente inascoltato degli sfracelli che da quella alleanza sarebbero scaturiti.

D’Annunzio viene descritto come l’interprete di un sentimento irrisolto della nazione. Un uomo carismatico, ma impolitico. Assolutamente poco cinico e spregiudicato per candidarsi alla guida di una nazione, perché umano, troppo umano.

L'antefascista diventa quasi un antifascista

Il film accenna agli incredibili precedenti che hanno fatto di D'Annunzio un personaggio irripetibile. Colui che a Fiume si fece duce prima del Duce, promulgò una costituzione, la Carta del Carnaro, che conferiva agli artisti uno status mai pensato prima. Il poeta che portò l’immaginazione al potere e concesse il voto alle donne viene mostrato curvo e claudicante, ma non “ingobbito come il Recanatese”. Egli è ancora capace di ritrovare l'antica verve oratoria e di arringare i suoi legionari, anche se li ritiene un manipolo di “fantasmi” ormai espulsi dalla storia e forse fatalmente avviati ad essere considerati reprobi come lui.

Il poeta osserva il divenire delle cose macerandosi nell’impossibilità di poter incidere nelle scelte operate dal “fascismo regime”. Così l’impolitico antefascista D’Annunzio, si trasforma quasi in un politico antifascista. E ciò consente in qualche modo lo sdoganamento.

Un'opera prima di grande spessore e coraggio

Il film è un’opera prima di grande spessore, scritta e diretta da Gianluca Jodice alla quale dà lustro un grande e trasfigurato Sergio Castellitto nei panni di un Gabriele D’Annunzio psicologicamente contrastato e fisicamente prostrato.

Sorprende positivamente anche il giovane Francesco Patanè che dà corpo e consistenza psicologica al più giovane federale d’Italia, un idealista destinato a rivedere molte delle sue convinzioni originarie alla luce del suo rapporto con il Vate.

Splendidamente fotografato da Daniele Ciprì, il film risulta credibile anche quando mostra D’Annunzio che si rivolge ai legionari fiumani indossando la giacca sulla quale spiccano i contrassegni delle medaglie conseguite nella Grande Guerra, sopra i pantaloni del pigiama.

Purtroppo è meno coraggioso quando mette in scena un Mussolini con le consuete pose da macchietta con il quale ci è stato tramandato da tanta cinematografia, sempre oscillante tra il pazzesco e il farsesco.

Come ebbe ad affermare Lenin negli anni ’20: «In Italia ci sono soltanto tre uomini che possono fare la rivoluzione: Mussolini, D’Annunzio e Marinetti». E il fatto che solo uno ci sia riuscito, prima o poi, dovrà indurre ad una qualche riflessione che vada al di là dello stereotipo.

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