• Nicola Cantatore

IL FESTIVAL DI SANREMO, UNO SQUARCIO NELLA PANDEMIA


Anche se forse non si potrà andare in un buon ristorante ligure a degustare trofie al pesto o la farinata in uno street food del ponente ligure, il vecchio caro Festival di Sanremo “s’ ha” da fare. Ho calcato il palco dell’Ariston nella 64ma edizione del Festival con L’Orchestra Italiana capitanata da Renzo Arbore, eravamo ospiti e abbiamo eseguito alcuni brani, rigorosamente dal vivo. E’ emozionante quel palco, durante la mezz'ora per le prove, si rimane storditi dal via vai di tecnici, assistenti, sarte che sistemano bottoni e colletti, produttori artistici, tante persone che diventano corpi indefiniti che sfrecciano da una parte all'altra dello stage, salgono le scale che portano negli stretti corridoi dei camerini, attenti a non colpirsi l’uno con l’altro nella loro fretta. Sopra, dentro i camerini dove lo spazio interno è quello che è, la costruzione dell’Ariston rispecchia la cittadina ligure, in un teatro tutto sviluppato in altezza nei vari piani, l’unico sfogo esterno sono piccoli spazi nei piani metallici delle scale esterne. La serata è gestita con i tempi televisivi, è il momento di salire sullo stage, e in pochi minuti, mentre viene mandata la pubblicità sui televisori degli spettatori a casa, un nugolo di tecnici corrono sul palco posizionando la strumentazione. In un battibaleno si è pronti, ognuno nella sua postazione debitamente segnata a terra, inizia il countdown, -10, -9, -8... E ti ritrovi un tecnico che di corsa ti collega il cavo nella chitarra mentre ti sistemi la cuffia. Via, si parte, si è onda in eurovisione in mano alla musica e al mestiere. Questo è uno dei momenti di vita del Festival più famoso d’Italia. Ma è sempre così, durante le prove e le serate. Sanremo pullula di gente in quei giorni, tra il personale degli uffici stampa, giornalisti, manager, accompagnatori, assistenti vari, compagne ed amanti, musicisti, e ovviamente gli artisti. Uno spazio vitale che rappresenta in un certo modo la storia della musica leggera Italiana, e che smuove soldi, molti soldi.

LO SPETTACOLO SENZA PUBBLICO VERO, FALSA LA PERFORMANCE

Ma ora, a fine gennaio 2021, siamo in una nuova era, nell'era della SARS-COV-2. L'era in cui ogni forma di arte e spettacolo nei luoghi pubblici è ferma, perché c’è il pericolo del contagio, il contagio tra il pubblico. Troppo pericoloso un pubblico pagante, poco controllo, persone che si muovono, viaggiano, si incontrano. Pare che in questo Festival ci sarà un pubblico di “figuranti”, ovvero, persone pagate, a cui verrà probabilmente indicato quando applaudire, quanto applaudire, quando ridere, quando alzarsi. Anche perché così (visto che si è li per motivi di “lavoro”) il pubblico di figuranti può benissimo giustificare il proprio spostamento al calare del “coprifuoco”. Quindi, il Festival di Sanremo si trasforma di fatto esclusivamente in uno show televisivo, permettendo comunque anche a tutta una serie di maestranze, musicali e non, di riprendere a lavorare. E questo indubbiamente è un bene. Ma è d’uopo una riflessione: un festival per esser tale prevede un pubblico vero. Qualunque festival musicale ha un pubblico reale, di persone che vogliono star li in libertà, che scelgono di pagare un biglietto per essere in quel teatro per assistere in diretta alla performance degli artisti, per respirare quell'aria, anche solo per vedere cosa “succede” li. E quale è il ruolo del pubblico, ce lo siamo mai chiesto? La prima risposta materialistica e terrena potrebbe essere quello di contribuire a “finanziare” lo spettacolo, ma riflettiamo, c'è molto di più. Il regista Peter Brook lo spiega molto bene. Nella performance, l’artista, il musicista, l'attore, esprimono un momento di “verità” in quello che interpretano o creano all'istante.

L'ESIBIZIONE DAL VIVO CREA UNA SIMBIOSI ORIGINALE TRA PALCO E PLATEA

Nell'esibizione assistiamo ad un qualcosa di “umano”. In quei momenti, durante la performance, per lo spettatore non ha importanza chi ci siede vicino, siamo “il pubblico”, un pubblico che diviene un corpo solo che è li in silenzio, un silenzio che non è silenzio di tomba, di morte, ma silenzio pieno di vita, pieno della vitalità creata dalla connessione tra il pubblico e il performer. Qualunque artista che si esibisce con regolarità su un palco, a fine serata di solito commenta con i propri compagni di avventura: “è stata una bella serata”, oppure “stasera non è andata bene”,”che bel pubblico”, “che bella energia stasera”. E cosa cambia da una sera all'altra? Magari il repertorio è sempre lo stesso, stesse movenze, stessi rituali, stessa partitura. Cambia il pubblico, cambia quel legame simbiotico tra chi è sul palco e chi è seduto di fronte, cambia quell'energia vitale che ci rende vivi e non può esser rappresentata da persone pagate che ubbidiscono a comando o peggio ancora dalla visione in “streaming”.

L'applauso, l'ovazione, devono rappresentare un sentimento spontaneo di approvazione o disapprovazione, non guidato da terzi, e si materializzano con quell'energia, a volte palpabile, a volte impalpabile con il silenzio. E noi artisti che ci esibiamo, cambiamo la nostra attitudine alla performance che può essere più o meno energica, siamo recettivi al pubblico per cui creiamo questo interplay continuo, dall'inizio alla fine dello spettacolo.

L'UOMO SI NUTRE DI CIBO E DI "IMPRESSIONI" E QUEST'ULTIMA E' LA POTENZA DELL'ARTE

George Ivanovic Gurdjieff diceva che l’uomo si nutre di aria, cibo e “impressioni”. Senza entrare nel dettaglio della filosofia Gurdjieffiana tutti possiamo constatare che le “impressioni”, ovvero tutto ciò che l’uomo avverte dall'esterno sono parte importantissima nella nostra vita. Ad esempio se una persona è depressa, magari potrebbe disinteressarsi del mangiare, ma può facilmente tornare allegra se riceve una bella telefonata, oppure fa un incontro con una persona piacevole; ma la gioia può anche esser trasmessa con uno sguardo o una carezza, così come si può cambiare uno stato d’animo ascoltando un opera musicale, o guardando una rappresentazione teatrale o cinematografica. E questa è la potenza dell’arte. In questo momento storico particolare, quali sono le impressioni che ci arrivano dall'esterno? Ci arriva la grande nube nera generata dai continui “bollettini di guerra” sul fronte Covid, una nube generata dai mass media, che è ormai una presenza costante sulle nostre vite. Al pari dello smog nelle città, ci avvolge, e se non si è ben schermati psicologicamente è difficile combattere un mostro mediatico che lavora sulla ipocondria soggettiva, sulle nostre paura più ataviche, la paura di morire, di soffrire, di veder le persone a noi care star male.

LA PANDEMIA HA MATERIALIZZATO GLI INCUBI DELLE DISTOPIE LETTERARIE

In questi giorni, appena il sole si fa presente e la temperatura è mite, vedo persone camminare in spiaggia sulla battigia, spesso in solitudine, al massimo con il cane o con una persona affianco. Quale contesto migliore per respirare l’aria sana del mare, assorbire i raggi caldi del sole. Ma quando vedo i volti coperti da brandelli di stoffa...il cuore mi si rattrista, e percepisco la potenza dell’informazione, la materializzazione della nube nera, e mi ritornano alla mente le letture di gioventù: George Orwell, Aldous Huxley si materializzano davanti a me... Camminano sulla battigia, camminano affianco a me... Loro avevano predetto questa realtà, o meglio, questa percezione della realtà che per noi sarà chiara, forse, quando le magistrature avranno terminato il loro lavoro nei confronti di chi ha “affiancato” il virus nella sua opera distruttiva. L’arte, lo spettacolo, la cultura, sono elementi che non possono esser esclusi dal nostro vivere, ci nutrono come dice Gurdjieff positivamente, arricchendoci e in questo momento aprirebbero degli squarci nella grande nube nera che è materializzata su di noi.

IL FESTIVAL DELLA CANZONE ITALIANA E' SOLO UNA PARTE DELL'INSIEME

Ma lo spettacolo nelle sue forme, ovviamente non è rappresentato solo dal Festival della musica leggera. Esistono i festival Jazz, i Festival di Musica Contemporanea, di Cinema, le rappresentazioni teatrali. Orfeo ed Euridice li dimentichiamo? Oppure la musica di Thelonious Monk, di Bill Evans,come quella di Ravel o Debussy. No, mai come ora tutte le forme d’arte devono poter esser rappresentate, tutte le manifestazioni che si rivolgono ad un pubblico diversificato, proprio nel rispetto della diversa sensibilità e percezione di ognuno di noi. Sanremo quindi si deve fare, ma a una condizione...riaprire tutte le attività di arte e spettacolo. Il pubblico che ama il Jazz per quale ragione non può esser nutrito? O quello che ama la musica classica, il teatro, la musica etnica, il folk ecc… Altrimenti, si potrebbe verificare una condizione discriminatoria, lo Stato diventa una specie di editore che decide quale forma di arte poter rappresentare: musica leggera? Si (quindi grande pubblico, sponsor, ecc..), altro, ovvero l’arte quando è pregna di contenuti ed è veicolo di cultura: no. Panem et Circenses. Se è dato per sicuro poter lavorare all'Ariston di Sanremo (che vi ho descritto inizialmente non a caso..) è più che sicuro ad esempio l’Auditorium Parco della Musica di Roma che gode di enormi spazi, così come tanti altri teatri stupendi che abbiamo in Italia, il Carlo Felice a Genova, l'Alfieri di Torino, il San Carlo di Napoli o il Bellini di Catania. E nella speranza che tutto questo rimanga a breve un brutto ricordo, ricordiamo sempre: un Paese senza cultura, è un Paese senza futuro.

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